giovedì 14 agosto 2014

Gnoppi e la grande famona



Piccini e piccine, questa è la storia di un gattino
che come molti di voi, è ancora bambino.
Gnoppi è il suo nome, e come già detto
non è adulto, bensì cuccioletto.

Un giorno normale, durante il meriggio
Gnoppi sognava di pollo un assaggio.
Con l'acquolina e con grande famona,
si diresse dalla bellissima signora Ramona.

"Signora Ramona, signora Ramona!" chiamò il gattino.
"Se faccio le fusa, mi fai un panino?"
La dolce signora, intenta a parlare
rispose un po' dura: "Avrei da fare!"

Triste e depresso il povero micio
niente, nulla né una forma di cacio
né un chicco d'uva, né una mela croccante:
attese del tempo, triste e zelante.

Passarano ore, mesi e minuti,
passarono anni, qualcuno l'aiuti!
Ramona, Ramona, hai forse scordato
che il micio tuo è ancor affamato?

La distolse Gnoppi dal suo lavoro
ma ricevette uno schiaffo sonoro.
Il micetto non s'arrese comunque:
decise così d'arrivare al dunque.

Nella stalla vecchia decise di andare
e forse qualcosa trovar da mangiare.
Non trovò cibo, né acqua né delizie
bensì sol lame e bende fittizie.

Cosa poteva, in fondo fare
un piccol gattino, con quell'affare?
Di carne era ghiotto, ma non c'era nulla.
Si recò tostò dalla fanciulla.

Il suo verso da micio i cuori scioglieva
meno quando egli una lama manteneva.
Ferma la zampa, grande il coraggio
"Della tua pelle voglio un assaggio!"

"Scappate di qua, scappate di là!
Un gatto parlante, cosa farà!"
Così Ramona, dal terrore impietrita
dopo un bel po' venne punita.

Grande l'affronto, triste l'affondo
il piccolo Gnoppi scattò giocondo.
"Ramona cara, non so che dire
questa lama non volevo brandire.

Mi hai costretto in preda al digiuno.
Or morrò qua, attendendo il perdono".
Gnoppi morì, morì di vergogna.
Cari bambini, ferir non bisogna.

Seppur di fame, state morendo
non v'è bisogno di lama tradendo.
Non v'è bisogno d'odio perire,
seppur l'altro non vi sta a sentire.

martedì 7 gennaio 2014

Bivio

Il presente e il passato in una stanza: l'unilateralità della mia vita. Guardavo stupito l'umanità intenta a liberarsi dal funerale del fuoco, dimenarsi, rotolare, fuggire dalle ustioni ormai inevitabili. Inevitabili, appunto: anche se l'umanità fosse riuscita ad evadere dal funerale del fuoco, i segni sarebbero stati comunque evidenti. Ero lì, infatti, davanti al camino di una casa. Non la mia casa, UNA casa. Non so di chi fosse, ma oramai, dopo qualche anno, tutto era diventato mio, per usucapione o per amore verso l'immobile. In fondo, per più di vent'anni, nessuno venne a reclamare quel piccolo rudere. La stanza, unicamente illuminata dal focolare ove si svolgeva il funerale dell'umanità ancora viva, era ampia, di colore scuro. O meglio, la immaginavo così. In realtà si poteva immaginare una carta da parati in stoffa, damascata rossa, che ai tempi d'oro della magione faceva da contorno agli studi di un giovane o di un vecchio topo da biblioteca. Sì, aveva tutta l'aria di essere una sala da studio, il mobilio decadente faceva intuire ciò. Tre scrivanie d'alabastro, tutte in pessimo stato, intarsiate da mani esperte, tutte perdute nel tempo. Grandi librerie per tutte le pareti, potevo vedere i fantasmi dei libri che v'erano riposti. "Tutto sulle tecnologie antiche", "Quarzi e topazi", "Veleni per topi ed altri roditori", svolazzavano per la stanza come fossero stati degli innocui pipistrelli colorati. E strillavano le loro teorie, e discutevano dei loro argomenti, come dei vecchi saccenti al bar. Magari si sedevano al mobile dove un giorno di molto tempo fa due giovani brindavano alla salute e alla famiglia. Alla propria famiglia. Un giovane col monocolo e una giovane dalla corta gonnella salmone, davanti ad un bicchiere di ciò che più alcolico poteva offrire quell'ammasso di mura e stoffa da parati. Sedie imbottite, tutte diverse, in ogni angolo e davanti ogni mobile della stanza. Sedie imbottite, sedie di legno, sedie dai colori sgargianti (che effettivamente provocavano dolore fisico alla mia sensibilità) che, nonostante l'annerimento del tempo continuavano a fare una figura pessima nell'elegante figura di tutta la struttura. Le sedie colorate che cercavano di dirmi chissà cosa, come se volessero dire "Vi prego signore, vi prego, non ce l'abbia con noi, siamo state messe qui contro la nostra volontà! Sappiamo di essere fuori luogo, conosciamo il nostro ruolo, e non è questo! Ma non è colpa nostra!". Povere ciocche. Nonostante questo erano fuori luogo, i miei occhi, il mio cuore, tutto doleva guardandole. Non le avrei mai perdonate, quindi. Le altre, però, erano comunque così banali e silenziose. Sapevano di essere perfettamente adatte, dovevano farlo pesare a quelle altre sventurate. Per questo che cercavo di non scambiare neanche una parola con loro. Il soffitto, sorretto da enormi travi da cui pendevano degli elegantissimi lampadari in ferro battuto, difettava di qualche piccola perdita che, nei giorni uggiosi, riusciva ovviamente a rovinare il bel parquet a trama floreale. Nelle parti baciate dal sole e bagnate dalla pioggia, infatti, esso era gonfio e secco. Fiori sbocciavano da quel pavimento gonfio, come se la trama grafica prendesse vita. Il resto della casa era irrilevante, e sinceramente non ne ho ricordo. Quella stanza, dove si svolgeva il più importante dei funerali, era il punto focale. Tutto ciò di cui avevo bisogno. Il fuoco, i fiori, i pipistrelli, le sedie, i giovani ubriachi, tutto ciò che rendeva vivo quel luogo ormai morto. La notte, oh, la notte. La giovane dama intenta a deliziare le orecchie di tutti i presenti con peti e disturbi del sonno, mentre il giovane sposo, rosso in viso, si scusava al posto suo. Vedevo i soprammobili andarsene dalla finestra rotta, gondole che abbandonavano il posto per tornare forse a Venezia, dove forse le dame non producono rumori molesti durante la notte. I fiori appassivano, le sedie, fortunatamente, avevano il sonno pesante. Io ormai ero abituato, scambiavo solo battute col mio amico dal monocolo spezzato. Quella catenina di platino, ahimé, s'era spezzata chissà in quale circostanza. Nonostante la lente incrinata continuava a portarselo agli occhi, peggiorando ancor di più la sua vista. Parlavamo ogni notte delle vite passate, delle vite vissute e delle vite che avremmo potuto vivere facendo delle scelte diverse. Guardate lui. Se non avesse sposato la dolce dama avrebbe avuto una vita assai migliore. Avrebbe avuto ancora tutto il patrimonio, avrebbe avuto ancora la casa. Forse, in questo momento, sarebbe ancora vivo, su una poltrona di pelle, e non su una delle sedie di cattivo gusto prese da quella piccola accumulatrice. Sarebbe stato lì, coi suoi libri, con i suoi manuali su "Come allevare animali selvatici in città, campagna o periferia", annuendo ai paroloni difficili di cui, evidentemente, neanche lui conosceva il significato. Col suo monocolo integro, con anche una pietruzza alla fine della catena, col suo bel bicchiere di scotch liscio e la sua vestaglia viola, davanti al camino, contemplando la testa completamente calva. Solo, però. Senza nessuna dama, nessun pargolo, o nessuna domestica. Ci ripensò, quindi. Forse preferiva la breve vita fatta di rischio e qualche sfumatura d'amore alla vita del vecchio tranquillo, ricco e solitario. Scosse la testa e sorrise. Una lacrima scese dalla pelle bianchissima, fino a toccare il pavimento. Esso non si bagnò, ma un altro fiore sbocciò comunque a qualche metro più in là, nella montagnola. E io? Mi chiesi: e io? Avessi scelto un'altra vita, come avrei vissuto, se la mia vita avesse preso un'altra piega? La parte meno importante, che anzi, ometterò, è sicuramente quella che svela la mia identità. Neanche il mio aspetto è di grande importanza, né tanto meno il mio livello di studio, o le mie amicizie e famiglia. A pensarci bene, non scorgo bivi nella mia vita. Nessun bivio, nessuna scelta.